|
La
storia
si scrive ma non si può inventare. Dalla memoria di
alcuni che figurano nelle foto, siamo
riusciti a ricostruire il racconto che
pubblichiamo. Eravamo nel
1948/49
gli anni immediatamente dopo la
fine della 2a
guerra mondiale. Le
nostre case erano diroccate, con tetti
scoperchiati, senza finestre e tanta
disoccupazione; l'unica cosa che
abbondava era la miseria
e la fame (la
fam addaver).
Da poco era arrivato a Lanciano il
Vescovo mons. Gioacchino Di Leo (1946-1950) il quale, un
giorno, mentre camminava tra
strade e vichi del
quartiere sentì un bimbo che, dal
balcone, cantava a squarcia gola. Si
fermò, ascoltò e
rivolgendosi al
ragazzino chiese se c'era la
mamma
o il babbo in casa. Sull'uscio
si affacciò
una donna la quale riconobbe il
Vescovo è gridò: "mínzígnor a casa mè,
ch piacer averv aech" (Monsignore a casa mia che
piacere avervi qua).
Il Vescovo chiese alla donna se il
ragazzo poteva andare a
cantare con il
coro della parrocchia che si
doveva
formare. Certamente sì, rispose
la Signora al
Vescovo.
Qui subentra la figura del grande
maestro D'Amico,
animatore e
realizzatore del coro. Anche se
i
ragazzi, i
giovanotti e gli adulti
dell'epoca non si rendevano conto di
questo grande uomo che aveva
raccolto dalle strade
tanti che diversamente
potevano finire per vie
e sentieri cattivi; lui il maestro Errico
ha dato al gruppo un corpo ed
un'anima, ha scoperto e favorito
l'aggregazione, la
fede e la carità.
Aveva un libretto con copertina nera nel quale
tutti
i
giorni, prima
delle prove, annotava chi era presente
o assente. Quando gli assenti tornavano
alle prove con discrezione
domandava il perché. Questo faceva
sentire
ai ragazzi
l'appartenenza al
gruppo, cosa che spesso non
sentivano
nelle proprie famiglie in quanto
alcuni erano orfani.
Riscriviamo alcuni aneddoti che
ragazzi di ieri, ma uomini e nonni di
oggi, ci hanno
raccontato.
Una sera, finite
le prove, il maestro D'Amíco
chiamò uno dei ragazzi e lo
pregò
di aspettare perché
doveva
chiedergli qualcosa. Quando
tutti
erano andati via, tirò fuori da
un
sacchetto un paio di scarpe
quasi
nuove, e chiese di provarle, il
ragazzo
messo le scarpe ai piedi esclamò:
che bello! Sono comode e
mi vanno
veramente bene. Bene, disse il
Maestro, sono tue, il
ragazzo si
sfilò
le scarpe nuove per calzare
di nuovo
quelle vecchie e bucate e
disse: queste
nuove le metto la domenica,
mentre le altre tutti i
giorni. Il Maestro prese
le vecchie e disse: e no! abbiamo
fatto cambio, mica te li ho regalate;
così siamo pari. La morale di
tutto questo è che "il
Maestro" ha voluto
salvaguardare la dignità del
ragazzo senza metterlo allo sbeffeggiamento
dagli altri.
Una
domenica mattina s otto un
sole cocente i membri del coro si
sono recati a piedi alla chiesa di
Santa Maria dei Mesi a cantare. A
fine messa il Maestro chiese ad uno
del posto
di
offrire
qualcosa da mangiare
ai ragazzi. Questo rispose che
non aveva niente se non un pò di “gnuccunazz” (pasta
corta). D'Amíco replicò:
bene metti a cuocere la pasta.
La pasta è stata cotta
in un grande
paiolo
di rame con sugo di
solo
pomodoro, in quanto la carne non
era assolutamente cibo di
quei tempi. Alla fine, dopo aver mangiato tutta la pasta, con il poco pane disponibile avevano fatto anche la scarpetta al recipiente, tanto è vero che il
paiolo si poteva
rimettere al suo posto (un
chiodo al muro) senza lavarlo.
Quando si
cantava, durante la predica, i
più grandi si allontanavano e questo metteva
in agitazione il Maestro
che per il nervoso
esclamava: "mannaggia a lu paparozz".
Era un modo per
imprecare ma senza mai ed
assolutamente bestemmiare.
Il coro oltre a cantare nella propria parrocchia
cantava
anche nella Cattedrale
Madonna del Ponte e in altre
chiese di lanciano. È stato ospite anche in tante chiese
fuori zona come nell'Aquilano e soprattutto nel
Chietino.
Ai ragazzi, a seconda delle presenze nelle prove e
nelle
messe cantate, il maestro assegnava a ciascuno piccoli
compensi come: 1
lira per le prove, 3 lire
per la messa in parrocchia, 5 lire fuori
parrocchia e
10 o
15 lire fuori città. Queste somme venivano
date a rate solo per
comprare quaderni per la
scuola oppure per aiutare, per
quello che si poteva, le famiglie.
Errico D'Amico è stato un Grande Maestro di musica,
di scuola elementare, Sindaco
di
Lanciano prima e
Senatore della Repubblica Italiana dopo. È morto 25
anni fa, il
21 giugno.
È stato un esempio da seguire e
ricordare.
E' stato un educatore, ha creato comunità, ha
fatto capire il senso
di
ritrovarsi e
di
appartenere ad un
gruppo, ha sviluppato il senso del sociale e della
solidarietà.
I nomi che elenchiamo
di
seguito non sono tutti i
componenti del coro, alcuni erano partiti per le Ameríche
e non sono più tornati. Qualcuno non c'è più e la
memoria di chi
ci
ha aiutato non
ci
ha permesso la
individuazione di tutti.
Iniziamo con il maestro Errico D'Amico
(riconoscibile
con il suo cappello, camicia e cravatta sempre
impeccabile) e poi, non in ordine di posizione nelle foto,
ma come sono stati riconosciuti:
Luigi Bomba, Mino e Adelchi (fratelli) De Fedílta,
Peppino e Luígi (fratelli) Angeluccí, Felice Ficco, Gino
Cipollone, Pino Salerno, Leonardo Stella, Vittorio
Bomba,
Domenico Franceschini, Edoardo
Di Donato, Tonino
Spagone, Cipolletta, Cotellessa, Maurizio Di Donato,
Antonio (padre) e
Domenico (figlio) Spadano, Luigi Di Martino, Lucio
Marongíu, Antonio e Gabriele Sciarretta,
Fernando De Rentis, Edoardo
Di Donato, Nicola Ferrara,
Vincenzo Basciano, Camillo Pantaleone, Gasperíno
Morgione e per
coincidenza anche don Danilo
Salomone.
Il ritrovo era la piazzetta, naturalmente
di
S. Maria
Maggiore, dove
si
poteva anche giocare a pallone, di
fronte c'era l'ingresso del sottochíesa con un piccolo
teatrino, sede dell'ACI e giochi vari.
All'epoca il parroco era don Enrico Gíannattasio; il
vice
parroco don Vito che si occupava dell'Azione
Cattolica.
Giulio Bomba |