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A
Lanciano, c'è l'Istituto Statale d'Arte intestato al pittore ottocentesco
Giuseppe Palizzi, che operò a Napoli e a Parigi, insieme con altri tre
fratelli (Filippo, Nicola e Francesco Paolo) tutti pittori vissuti nel
secolo scorso.
Giuseppe
Palizzi nacque a Lanciano nel 1812, primo dei quattro fratelli.
G.
M. Bellini, celebrando il centenario della nascita del nostro pittore,
scrisse che l'artista era nato nel seno di un'antica famiglia lancianese,
che si era trasferita nella nostra Città, fin dal 1500, dalla Sicilia. La
famiglia Palizzi aveva espresso a Lanciano delle vere personalità: un
frate Cappuccino, che morì nel 1600, un Arciprete di S. Maria Maggiore,
che morì nel 1606; un Parroco di Santa Lucia.
La
loro casa era in Via Tribunali, 19. I genitori di Giuseppe erano Antonio
Palizzi - definito galantuomo, esperto di leggi e dotato di varie e vaste
aspirazioni letterarie ed artistiche - e Doralice Del Greco di Vasto - che
sapeva suonare il pianoforte e gestire la casa.
La
famigliola visse a Lanciano con una certa agiatezza, almeno fino al 1817,
quando la Corte d'Appello si trasferì dalla nostra Città all'Aquila.
Allora,
al nostro uomo di legge vennero a mancare le entrate per le consulenze e
le assistenze nel campo del diritto.
I
due coniugi, pertanto, trovarono opportuno trasferirsi a Vasto, dove
Doralice aveva qualche proprietà.
A
Vasto, in seguito, nacquero gli altri tre fratelli pittori: Filippo, nel
1818; Nicola, nel 1820; Francesco Paolo, nel 1825.
La
loro casa tornò ad essere lieta e felice.
I
concittadini la definivano la "Casa delle nove Muse" perché vi si
faceva modellato con la creta, pittura ad olio su tela, intaglio su legno;
inoltre, si cantava e si suonava il pianoforte; si declamavano poesie; si
allevavano uccelli variopinti; si collezionavano oggetti strani; si
raccoglievano libri di ogni genere.
A
mano a mano, i quattro giovani presero la via di Napoli, per frequentare
l'Accademia delle Belle Arti.
I
primi a partire furono Giuseppe, a 24 anni, e Filippo, a 18 anni, nel
1836; Nicola, a 22 anni, nel 1842; Francesco Paolo, a 20 anni, nel 1845.
In seguito andarono anche a Parigi ed altrove, in Europa.
Si
è favoleggiato di un ritratto o di un autoritratto che Giuseppe Palizzi,
ad un certo momento, avrebbe donato a Lanciano, la sua Città natale; ma,
per quel che se ne sa, a Lanciano vi sono soltanto le tre tele della
Chiesa di Santa Chiara, appena restaurate e riportate al primitivo
splendore, dipinte nel 1855 dall'ultimo dei fratelli Palizzi, Francesco
Paolo.
Molto
probabilmente, le opere furono commissionate dalla Badessa di Santa
Chiara, Maria Raffaele Crisci, che era di Vasto.
L'autore
allora aveva trent'anni ed era un artista maturo.
Nel
1859, si recò in Francia, a Parigi, e lì vi rimase fino al 1870.
Ritornò,
quindi, a Napoli, ma nel 1871, morì, a soli 46 anni di età.
Tutti
e quattro i fratelli lasciarono una forte impronta, sia all'arte
napoletana, che forse si compiaceva troppo della dolce atmosfera romantica
della Scuola di Posillipo, sia alla Scuola di Parigi, in cui era
predominante il verismo del Gruppo di Fontainebleau. Tutti e quattro, in
particolare, fecero delle ricerche originali sul valore della luce nella
pittura, sull'importanza del colore e sull'uso appropriato della macchia.
Le
tre pitture di Francesco Paolo Palizzi, che sono state ottimamente
restaurate dalla Praxis Snc di Jenny Rolo e Franco Majoli di Roma, e sono
appena tornate nella Chiesa di Santa Chiara riguardano:
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Santa Cordula condotta al
martirio |
Madonna Addolorata |
San Francesco
Saverio che prega per gli indiani d'Oriente |
1)
- Santa Cordula condotta al martirio (la Santa era compagna di
Sant'Orsola Martire; il suo culto si sviluppò, fin dal X sec., a
Colonia; molti ritengono che la sua esistenza sia alquanto
leggendaria). Il quadro è firmato dall'autore, ma non è datato.
2)
- Madonna Addolorata. Il quadro è regolarmente datato e firmato. Il
restauro voluto dal Priore dell'Arciconfraternita Morte ed Orazione
di San Filippo Neri, Roberto Valerio, è stato possibile grazie
all'intervento della Fondazione della Cassa di Risparmio di Chieti.
3)
- San Francesco Saverio che prega per gli indiani d'Oriente (il
Santo era un Gesuita che andò Missionario in India, in Giappone e
in Cina. Era nato a Navarra nel 1506; il suo cognome era Xavier.
Mori a Canton nel 1552). Il quadro è firmato e datato 1855.
Francesco
Paolo Palizzi, in effetti, era uno specialista delle "nature
morte". Comunque, aveva conseguito una preparazione accademica
di alta qualificazione. Fra l'altro, aveva studiato molto bene tutta
la pittura del '600 e del '700 napoletano. Non seguiva troppo le
regole che adottavano i suoi fratelli; anzi, molto spesso criticava
a fondo le loro opere. La sua produzione pittorica fu abbastanza
ridotta, ma ciò non ha mai impedito di poter valutare adeguatamente
i suoi grandi meriti nella padronanza del mestiere.
Le
tre tele di Santa Chiara meritano un'attenzione particolare per
tutti i valori estetici che esprimono: disegno ampio ed arioso,
gesti significativi, dettagli anatomici, cura delle vesti e dei
drappeggi, atteggiamenti molto ispirati, collocazione delle figure
nello spazio, composizioni di particolare efficacia, sfondi delicati
e ricchi di riferimenti.
Anche
all'osservatore meno attento appare evidente come ogni opera sia il
frutto di un lungo studio, di una attenta riflessione sull'effetto
che l'artista voleva conseguire. Si verifica agevolmente, infatti,
come l'artista si sia preoccupato di riempire di luce gli spazi
dipinti e di utilizzare il colore per far risaltare i personaggi
più importanti delle scene narrate, anche mediante l'uso della
macchia. La tavolozza è ricchissima, dai toni forti e scuri a
quelli tenui e pastello. San Francesco Saverio è davvero un
coraggioso evangelizzatore, dalla grande forza interiore, che non
conosce i rischi ed i pericoli di quella sua lunga avventura in
terre ancora poco conosciute; Santa Cordula, niente affatto timorosa
del suo persecutore o impaurita della morte violenta che le tocca
fra breve, invoca la benedizione ed eleva preghiere al Signore; la
Madonna Addolorata, così raccolta nel suo dolore di mamma, ma anche
così consapevole della Resurrezione di Gesù, emerge solenne e
luminosa nel suo colore celestiale, tra le ombre della sera, ancora
alla vista delle croci sul Golgota.
Sono
tre belle opere, da rivedere spesso.
Peccato
che di Giuseppe Palizzi, il nostro concittadino verace, non ci sia a
Lanciano altro che il nome di cui si fregia, con tanto onore, il
nostro Istituto Statale d'Arte.
Domenico
Policella
da Terra e Gente - Anno
XVIII - 1998 - n. 2
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