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la chiesa di San Bartolomeo |
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Tabernacolo - Un tabernacolo tipo - I cappuccini marangoni abruzzesi |
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Con il termine «tabernacolo» (dal latino tabernaculum, «tenda») oggi si usa indicare la custodia eucaristica, cioè quel particolare arredo dell'altare, costituito essenzialmente di una teca o edicola chiusa, destinato a contenere la pisside con le ostie consacrate [...]. Il termine è stato spesso usato come sinonimo di ciborìum, dando luogo a confusione e ambiguità di significato, dato che quest'ultimo fu pure adottato per indicare sia la pisside che il tabernacolo vero e proprio. Oggi si preferisce riservare «ciborio» al baldacchino architettonico costruito sull'altare, ma non mancano autori che continuano ad usarlo per indicare la custodia del Sacramento". Oltre la sua funzione liturgica, il tabernacolo porta in sé vari sensi simbolici, tra i quali uno rimanda al mistero della Vergine Madre. In particolare, il tabernacolo a tempietto che ritroviamo nella scuola dei frati marangoni, come casa del Dio incarnato e sacramentalmente "attendato" in mezzo alle case degli uomini, esprime un forte simbolismo mariano, che può trarre senso dalla mariologia vissuta e pregata di san Francesco d'Assisi, per il quale nel Saluto alla beata Vergine Maria costei è "palatium, tabernaculum, domus" (FF 259), appellativi derivati forse da testi liturgici del tempo. Non a caso, del resto, la statuina centrale del tabernacolo cappuccino, nella nicchia sovrastante la porticina, è sempre quella della Vergine Immacolata. Gli ebanisti cappuccini del Sei e Settecento, in Abruzzo come in altre regioni italiane, non hanno creato ex nihilo la figura del tabernacolo-tempietto a pianta centrale, ossia del "tabernacolo architettonico", che sostanzialmente sviluppa un solido geometrico avente a base un esagono (o anche ottagono) ideale che manca di tre (oppure quattro) lati posteriori. Essi, però, hanno genialmente espresso nel legno un intenso fervore religioso attraverso lo spirito e lo stile del barocco - non senza qualche "carattere nordico" in taluni casi - tendente a raccordare e fondere dinamicamente linee, piani, strutture, volumi, alla ricerca di una piena unità organica, quasi una sintesi vitale dell'insieme figurativo: architettonico-decorativo-cromatico. Antecedenti nobili dei tabernacoli lignei cappuccini potrebbero ravvisarsi in quelli di marmi pregiati o di bronzo dorato che nel secolo XVI furono realizzati in alcune chiese italiane (Certosa di Pavia, S. Maria Maggiore a Roma, S. Giustina a Padova, S. Spirito a Firenze, Duomo di Pisa...). Più affini a quelli dei frati marangoni, per legami di famiglia spirituale, si ritrovano tabernacoli, altari e altri ornati lignei anche nelle chiese dei frati minori conventuali, osservanti e riformati, quasi una tradizione artistico-religiosa, in cui i manufatti cappuccini s'immettono con una loro inconfondibile peculiarità. Nell'Abruzzo basti solo ricordare alcuni esemplari in chiese francescane. Per i frati conventuali si segnala il tabernacolo della chiesa di san Francesco in Castelvecchio Subequo, con un "monumentale altare in legno" in stile "berniniano" di fine Seicento; un tabernacolo di primo Settecento, anch'esso monumentale, facente parte di altare ligneo barocco ora smembrato, si può ancora ammirare nella chiesa di san Francesco a Leonessa (già della provincia umbra, ma in territorio civile abruzzese).
Idealmente
il classico tabernacolo cappuccino in legno è concepito a mo' di
tempietto a pianta centrale culminante nella cupola: si pensi a quello
assai noto e prezioso realizzato dal Bernini per la cappella del SS.
Sacramento nella basilica vaticana e ispirato al bramantesco tempietto
di san Pietro in Montorio. Il primo dato che balza agli occhi è che il
tabernacolo dei marangoni, sviluppando in solido geometrico una pianta
idealmente esagonale, talora ottagonale, non è realizzato per intero
(si direbbe "a tutto tondo"), ma solo nelle sezioni visibili
frontalmente e lateralmente, mentre il retro - addossato al piano
verticale dell'ancona che divide presbiterio e coro dei frati - è
chiuso con tavole "rudemente squadrate e ben robuste", che
sottolineano i piani strutturali del tabernacolo, lasciandone nel
contempo vedere la forma di guscio vuoto, in cui si risolve il sottile
elaborato scultoreo offerto alla visione. Quanto
a struttura, che diremmo «architettonica», il tipico tabernacolo
ligneo dei cappuccini in Abruzzo (ma anche in altre regioni, per esempio
nelle confinanti Marche) risulta di quattro ordini sovrapposti in moto
ascensionale digradante: basamento, primo ordine, secondo ordine,
cupola. Ciò sia detto, però, con l'avvertenza che ci s'imbatte
talvolta in particolarità e differenze più o meno rilevanti anche
nell'ambito della medesima provincia religiosa. Nell'approssimativa
descrizione che segue ci si riferisce al modello più comune e frequente
in Abruzzo, che poi chiameremo modello A. Il basamento risulta di
piedistalli portanti le sovrastanti colonnine e tra loro raccordati da
una fascia intarsiata a disegni rettangolari sviluppati orizzontalmente.
A volte, come negli esemplari marchigiani e in tre abruzzesi, il
basamento è centralmente tagliato da una piccola gradinata che va
restringendosi fino alla porticina del ciborio con l'effetto di meglio
evidenziarla in un chiaro gioco prospettico. Il
primo ordine, partendo dal piano della porticina, si eleva fino a una
cornice ben aggettante che lo definisce in alto. Esso acquista unità
architettonica, pur nella varietà degli elementi decorativi, grazie a
delle colonnine tortili che lo scandiscono all'intorno per tutta la sua
altezza ed estensione. Entro questo «colonnato», che si direbbe di
struttura portante, il primo ordine si configura a due sezioni: la
prima, più alta, è ritmata anch'essa da colonne tortili esili e
svelte, che inquadrano la porticina del tabernacolo e poi, via via, a
destra e a sinistra, vanno a definire le nicchiette (due o tre per
fianco) che accolgono su mensoline semicircolari vivaci statuine di
bosso (in genere, apostoli, santi locali e santi cappuccini, nonché
alcuni tra i non cappuccini, alcuni tra i santi francescani non
cappuccini come Ludovico vescovo e Bernardino da Siena); la seconda
sezione, di più ridotta altezza ma ben visibilmente delimitata,
sviluppa centralmente il portale della porticina in un intradosso o
imbotte, entro cui è iscritto un timpano triangolare con figurina,
mentre sopra le nicchiette alterna aggettanti pilastrini intarsiati e
rettangoli con piccoli bassorilievi, oppure distende orizzontalmente una
semplice fascia a intarsio, qua e là interrotta, che richiama il
basamento. Il
secondo ordine, digradante sul primo, è segnalato da una balaustrina di
fittissime colonnine, interrotte a scansione ritmica negli angoli da
pilastrini siti in corrispondenza delle sottostanti colonne strutturali
del primo ordine (in taluni tabernacoli troviamo dei contrafforti a
voluta esornativa); sui pilastrini spiccano elementi tondeggianti a
punta affusolata come due pinnacoli torniti o anche minigiare. Nei
tabernacoli abruzzesi il secondo ordine ripete, a dimensioni ridotte, il
primo con colonnine a tortiglione aventi funzione portante e, dietro
queste, altre più piccole con funzione ornamentale, che centralmente,
sopra la porticina, inquadrano una nicchietta sempre recante la statuina
della Vergine Maria, patrona dell'Ordine, e poi, torno torno, altre
nicchiette e statuine in bosso (raramente sfuggite alle mani di avidi
ignoti predatori!) raffiguranti ancora santi francescani (Francesco
d'Assisi, Antonio di Padova, Bonaventura da Bagnoregio...), santi
cappuccini (Felice da Cantalice, Fedele da Sigmaringa...), santi
titolari della chiesa. Sul
bei cornicione, che chiude il secondo ordine, corre ancora una
balaustrina che ha le
caratteristiche di quella inferiore e delimita il piano dal quale,
tramite una sorta di
tamburo, si leva una cupoletta a coronare tutta l'opera. La cupola, a seconda dell'epoca (Sei o Settecento) assume forma di ellisse oppure di bulbo o di cipolla, con superficie a volte liscia, a volte a intaglio arabescato; di norma lobata o a spicchi nervati, essa appare come chiusa in un'armatura da costoloncini che si raccolgono alla sommità a sorreggere un piccolo globo sormontato da una crocetta a bracci torniti o da una statuina del Risorto o di un angioletto. Se, come si diceva, il legno per le sue qualità intrinseche e connotazioni tecnico-artigianali, nonché per i significati teologico-ascetici che rivela tra le mani degli ebanisti cappuccini, rimane il materiale principe nella realizzazione dei tabernacoli, esso viene però impreziosito, oltre che con il finissimo lavoro dei «marangoni», anche con tarsìe di altri materiali «preziosi», quali l'avorio, la madreperla, la tartaruga. Ma del legno stesso vengono selezionate specie più o meno pregiate, come il noce, il cipresso, il ciliegio, il bosso e perfino l'ebano, "in una variazione cromatica dosata con gusto, specie per il movimento delle ombre e, soprattutto, per i riflessi delle tarsìe d'avorio o di altro materiale consimile, non esclusa la madreperla".
I
cappuccini marangoni abruzzesi L’artigianato ligneo cappuccino più rappresentativo nella regione abruzzese si deve ai cosiddetti «fratelli marangoni» dei quali s'è fatto cenno nelle pagine precedenti e ora occorre parlare più diffusamente, nell'intento di tirar fuori dall'oblio alcuni frati «non chierici» che ci regalarono pezzi di squisito artigianato ligneo, affinchè della loro produzione sia conosciuto e messo in salvo quel che ancora rimane (Colligite fragmenta ne pereant!) e di quello che è scomparso si conservi almeno la memoria documentaria. Ci riferiamo, soprattutto, a quelle opere di ebanisteria sacra che sono i tabernacoli, quasi "piccole case del Signore", costruite per conservare l'Eucaristia nelle chiese. Vennero chiamati «fratelli marangoni» o anche «maestri marangoni» quei frati cappuccini non sacerdoti - perciò detti anche «fratelli laici» - che tra Sei e Settecento, quasi una scuola d'arte, non solo in Abruzzo ma in molte regioni italiane si dedicarono alla produzione di manufatti lignei, realizzando talora vere opere d'arte, che possono ancora ammirarsi in chiese cappuccine oppure in musei, quando non siano misteriosamente scomparse o andate in rovina. Il termine «marangone» - che erroneamente da qualcuno verrebbe preso per cognome quando fosse scritto con la iniziale maiuscola - esprime una qualifica artigianale: è, infatti, un sostantivo di origine dialettale (veneta?) che indica un "maestro d'ascia o, genericamente, carpentiere (specialmente nella tradizione veneziana)". Sui «fratelli marangoni» che furono attivi in Abruzzo per circa tre quarti di secolo, tra la fine del Seicento e la seconda metà del Settecento, abbiamo notizie e dati abbastanza sicuri, ma troppo scarsi e scarni per la nostra legittima curiosità storica ed esigenza critica. Avere alcuni dati è già una fortuna, comunque, stante il fatto da qualcuno rilevato che "siccome questi tabernacoli, nella quasi totalità, sono dovuti a fratelli laici intagliatori [...], poco o nulla si conosce circa l'identità degli artisti e il tempo della esecuzione dei lavori [...]. Necrologi e cronache delle varie province ci fanno conoscere ancora una quindicina di intarsiatori ed ebanisti cappuccini, senza che peraltro si possa loro attribuire alcun tabernacolo in concreto". Una lettera manoscritta di Filippo da Tussio del 1888, pur nella sua stringatezza, ci riesce quanto mai preziosa allorché ci informa: "I, così detti, Frati Marangoni erano una compagnia di Cappuccini di questa Provincia degli Abruzzi i quali aprirono scuola e bottega nella stessa Provincia sulla prima metà del secolo passato, e fecero que' meravigliosi Lavori in Legno di cui sono ricche tutte le nostre Chiese, e qualche altra ancora. In tali Lavori, cioè Altari, Ciborii, Pulpiti, Urne, Cornici ecc., si ammirano la nobiltà e correttezza del disegno, la delicatezza e varietà delle intarsiature, la bellezza delle cornici, la sveltezza delle colonne, la perfezione delle statuette, e dei bassi ed alti rilievi, la finezza e precisione d'esecuzione, e vi si ammira quel genio particolare che gli fece meritar fama di eccellenti architetti, scultori, ebanisti, intarsiatori, verniciatori, meccanici ec. ec.". Nel seguito della lettera leggiamo anche alcuni nomi di frati marangoni, i più noti forse ed eccellenti, che avevamo potuto già individuare nella «Serie cronologica dei PP. Ministri Provinciali de' FF. Cappuccini negli Abruzzi e de' Religiosi illustri per Santità o per Dottrina che sotto il rispettivo loro Governo passarono all'altra vita»; li ricordiamo anche noi in ordine cronologico di morte, come s'incontrano nella detta «Serie».
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