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Nei pressi di S. Agostino si trova la chiesetta, oggi sconsacrata, di Santa Croce con i resti di antiche campane di coccio, e depositaria dell'appellativo "Frija Crist" attribuito al popolo lancianese.

 

 


La chiesetta di Santa Croce

 La piccola chiesetta di Santa Croce e la "storia" di un prodigio 
"L'Ostia che si trasforma in corpo sanguinante"

i resti del miracolo sono conservati nell'ex convento di S. Agostino di Offida

Correva l'anno 1273, il demonio, assiduo seminatore di zizzania subdolamente e da tempo aveva insinuato la discordia tra GIACOMO STASIO e sua moglie RICCIARELLA, abitanti a LANCIANO, nel Regno di Puglia.

La donna, desiderosa di eliminare tale discordia e di riconquistare l'affetto dei marito, si rivolse ad una fattucchiera di LANCIANO perché le indicasse il modo di realizzare il suo intento.

"Accostati alla Comunione fu la risposta, prendi l'ostia consacrata e ponila sul fuoco; ricavatane una polvere, offrila, mescolata a cibo o bevanda a tuo marito. In questo modo otterrai l'affetto del tuo sposo".

Riccíarella si accostò alla Comunione, ma furtivamente fece cadere dalla bocca nel suo seno l'ostia che il sacerdote le aveva dato; in tal modo ingannava e oltraggiava DIO, non senza danno per il suo corpo e la sua anima. 

Si recò a casa, prese l'ostia, vero Corpo di Cristo e la mise sul fuoco raccolto in un coppo.

Miracolosamente una parte di quell'Ostia si trasformò in carne sanguinante, macchiando il coppo.

Spaventata, la donna cercava di arrestare il fenomeno gettandovi cenere e cera liquefatta; ne restano ancora segni evidenti sul coppo insanguinato e sull'Ostia trasformata in carne. Risultando vano ogni tentativo, ancor più spaventata, Ricciarella prese una tovaglia di lino ricamata in seta, vi avvolse il coppo insanguinato e l'ostia, si recò nella stalla e seppellì l'involucro nel luogo dove erano adunate le immondizie di casa e le altre sporcizie. La sera, il marito Giacomo Stasio, cercò di far entrare nella stalla il suo giumento; la bestia contrariamente al solito, non voleva entrare. Bastonata a più non posso e costretta con la forza, la bestia entrò, ma si prostrò, quasi in adorazione, davanti al cumulo di immondizie che nascondeva l'ostia. Giacomo si scagliò violentemente contro la moglie accusandola di aver fatto nella stalla qualche stregoneria che impediva al giumento di entrare. Ricciarella però negava ogni addebito. Per sette anni il Sacramento giacque sotto il letame e sempre le bestie, entrando e uscendo sempre di lato, lo veneravano. Ricciarella, tormentata di giorno e di notte dai rimorsi, non trovava pace e capiva di essersi macchiata di colpa grave. Decise perciò di confessare il suo orrendo peccato ad un buon confessore e fece chiamare dal Convento di S. AGOSTINO di LANCIANO, dove era Priore il venerando frate GIACOMO DIOTALLEVI di Offida. Genuflessa ai piedi del religioso e versando molte lacrime, Ricciarella confessava i suoi peccati, ma non osava riferire l'orrendo atto compiuto. Frate Giacomo, conoscendo le debolezze dell'animo dei penitenti, incoraggiava la donna a fare una confessione più completa. Ricciarella, conscia della gravità della sua colpa, esitava ed invocava l'aiuto del confessore perché la interrogasse sui peccati che si possono commettere. Il frate passò in rassegna tanti peccati e, alla fine constatando che ancora non aveva nominato quello che la donna aveva commesso, disse: "ti ho elencato tutti i peccati che si possono commettere. Non so quali altre possono essere le tue colpe, se non l'aver ucciso DIO". "E' questa la mia colpa. Ho ucciso Dio, l'ho ucciso" rispose Ricciarella.

Cercò di comprendere meglio tale affermazione il frate e incoraggiava la donna a spiegarsi senza timore, perché Dio, tanto misericordioso, vuole il ravvedimento del peccatore e non la sua morte. Singhiozzando ripetutamente, la donna espose i fatti. Frate Giacomo si stupì e invitò la donna a starsene in pace; poi, ritenendo indegno che il Sacramento stesse in un luogo così turpe, si accordò con lei per provvedere a rimuoverlo al più presto. Indossati i parametri sacri e minimamente infastidito della sporcizia del luogo, il religioso rovistò il letame. La sporcizia non aveva contaminato né il coppo né il panno! Recuperò il Sacramento, il coppo insanguinato e la tovaglia, intatti come se fossero stati sotterrati da poco e portò il tutto al suo convento. Pochi giorni dopo avutone il permesso dai superiori si recò ad Offida e mostrò a frate Michele e ai più illustri concittadini la preziosa reliquia che possedeva. Gli offidani, consapevoli che ad una simile reliquia fosse dovuto il massimo onore, stabilirono di costruire un reliquiario dove conservare l'Ostia e qualche frammento della vera Croce. Raccolta una quantità sufficiente di argento incaricarono il frate Michele Mallicano di Offida, priore dei locale convento di recarsi a Venezia e di far costruire una artistica Croce in cui deporre l'Ostia trasformata in carne e un frammento che il medesimo religioso aveva mostrato al popolo durante una predica.

Il frate Michele subito dopo la Pasqua, accompagnato da un confratello, si recò a Venezia per commissionare il reliquiario. All'orefice prescelto fece giurare che non avrebbe rilevato ad alcuno quello che doveva porre nella croce. Dopo il giuramento l'orefice prese la pisside contenente l'Ostia e subito fu pervaso dalla febbre. "Cosa mi hai portato, o frate" esclamò. Il frate gli domandò: "sei in peccato mortale?", "" rispose l'orefice, che fu convinto a confessarsi. Sparita immediatamente la febbre, l'orefice poté prendere impunemente la pisside e, presa l'Ostia, la depose nella Croce insieme ad un frammento del Sacro Legno, poi chiuse il reliquiario con un cristallo.

I frati, ad opera completata, partirono da Venezia portando con sé la Croce. L'orefice, venendo meno al vincolo del giuramento, riferì minuziosamente i fatti al Doge di Venezia, consigliandogli di far sequestrare le reliquie e di conservarle in città. Il Doge si adoperò in tal senso ordinando di arrestare i frati che già erano in navigazione. Il mare in tempesta impedì ai nocchieri veneziani di catturare i frati e il Doge, intuendo che tale era la volontà di Dio, non li ostacolò più. Questi ultimi avvenimenti furono riferiti ai frati, nel porto di Ancona, da alcuni mercanti veneziani. Fu cosi che sotto ottimi auspici, giunsero ad Offida portandovi la Croce.

Questo racconto è documentato da una pergamena dell'epoca, della quale purtroppo l'originale è irreperibile, ma di cui si conserva una copia autentica fatta per mano di notaio nel 1788. Oltre questa pergamena del XIII secolo esistono molti altri documenti che confermano la realtà dei prodigio e il suo culto ininterrotto nei secoli. Vi sono infatti numerose bolle di Papi: quella di Bonifacio VIII dei 20 settembre 1295, di Giulio Il, S. Pio V, Gregorio XIII, Sisto V, Paolo VI, Pio IX; interventi di Congregazioni romane e decreti vescovili; gli statuti comunali di Offida risalenti ai primi dei '400; doni votivi, i più antichi dei quali del XIV secolo e fra questi due anelli pontifici con stemma tiara e chiavi incrociate, l'uno dono di Pio Il e l'altro di Paolo Il. Epigrafi, iscrizioni, lapidi e gli affreschi di Ugolino di Ilario nella cappella del SS. Corporale nel duomo di Orvieto che illustrano questo miracolo.

 

GLI AMICI DI LANCIANOVECCHIA

I riassunti delle notizie sul miracolo, sono stati tratti dal volume "Il Miracolo Eucaristico di Offida" di Giuseppe Sergiacomi.