Home Page

 

JEHAN DE LANSON

una canzone di gesta

 

 

 


M.A.Policella

Nel 1965, John Vernon Myers, uno studioso di lingue e letterature romanze dell'Università americana della Carolina del Nord, pubblica in Spagna, per le edizioni delle «Artes Graficas Soler, S.A.» di Valencia, un denso volume di 231 pagine, intitolato: «Jehan de Lanson -chanson de geste of the 13th century».

Il libro riporta, nelle prime pagine, la notissima stampa settecentesca di Lanciano, pubblicata per la prima volta dal Pacichelli, ed una nota di ringraziamento rivolta anche:

«to Dr. Corrado Marciani of Lanciano Italy, and to the Mayor of Lanciano, Attorney Antonio Di Jenno, for their patient responses to all my detailed questions about their beautiful and interesting city and for the invaluable materials including the frontspiece to this work, wich they so kindly sent me ».

Dopo un lungo ed accurato studio introduttivo, John Vernon Myers riporta tutti i 6.294 versi alessandrini in lingua romanza della chanson, che è divisa in 152 capitoli, ciascuno dei quali in monorima, attenendosi al testo originale conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi, sia pure dopo i necessari riscontri sulle altre sei edizioni parziali dell'opera, che si trovano a Berna, a Parigi (Biblioteca dell'Arsenale) e a Bruxelles.

Lo studioso americano, nell'introduzione, afferma che "JEHAN DE LANSON" è un poema epico del XIII secolo, che deve inquadrarsi nel ciclo delle "geste du roi", anche se il personaggio principale della vicenda non è un vassallo ribelle nei confronti di Carlo Magno, né un parente di qualcuno dei tanti eroi di quel ciclo.

Per il nostro studioso, l'unica possibile base storica del poema è costituita dalla nota spedizione in Italia di Carlo Magno e dei suoi figli. D'altronde, Carlo Magno fu incoronato Imperatore a Roma, nella Basilica di San Pietro, dal Papa Leone III, nella notte di Natale dell'anno 800. Tuttavia, a suo giudizio, bisognerebbe verificare se esista o meno una connessione tra il poema ed una leggenda locale, riferita da Corrado Marciani, secondo la quale fu Pipino, il giovane figlio di Carlo Magno incoronato re d'Italia nel 787, colui che dette, negli anni successivi, lo stemma alla città di Lanciano: « una lancia d'oro puntata verso il sole nascente, in campo blu, su uno scudo sannitico portante una corona reale» (i due fiordalisi furono aggiunti poi, dagli angioini, mentre Ferdinando I d'Aragona, in seguito, consenti l'aggiunta della banda d'argento, delle tre stelle d'oro e delle tre colline).

Se si potesse verificare una tale connessione, non ci stupiremmo più della possibilità che Carlo Magno sia passato per Lanciano, anche perché in quel tempo doveva esistere ancora una comoda strada - quella Via Traiana di cui vi è traccia nell'antica «Tavola Peutingeriana» - che era l'asse principale se non esclusivo di collegamento tra il Nord ed il Sud d'Italia, ed in particolare tra Piacenza, Ancona, Ortona, Lanciano, Istonio e Brindisi.

Naturalmente, se Carlo Magno è passato per Lanciano, si giustifica la nascita del poema ed il lungo conflitto, con alterne vicende, tra "Jehan de Lanson", i Pari e lo stesso Imperatore, sotto le mura della nostra città.

Per John Vernon Myers, comunque, non ci sono dubbi di sorta: nella chanson si parla effettivamente di Lanciano, del suo leggendario eroe "Jehan" e della venuta di Carlo Magno.

D'altra parte, una affermazione analoga era stata fatta da Paulin Paris, un altro studioso dell'epica romanza, ben cento anni prima, il quale, però, non aveva fornito documenti probanti per una tale identificazione. Comunque, in tutti i manoscritti della "chanson" la città di "Lanson" è chiaramente localizzata in Italia; e, se questa città si trovava nel nostro paese, non poteva che identificarsi con Lanciano.

Lanciano, infatti, cioè l'antica capitale dei Frentani, l'Anxanum dei Romani, l'importante stazione della Via Traiana, il celebre centro di fiere e commerci, si trovava, come d'altronde si trova ancora, in una obiettiva situazione geografica che ha molti riscontri con i luoghi della "chanson" . E’ noto, per esempio, che essa è posta su un pianoro calcareo, a 283 metri sul livello di quel mare Adriatico, che si vede ad occhio nudo dal centro della città, e da cui dista appena cinque miglia; una volta vi erano tre corsi d'acqua (il Fosso dello Spirito Santo, ad est; il Fosso di Sant'Apollonia, ad ovest; il Fosso della Pietrosa, che verso la Marcianese si univa al Fosso Malsano o del Malvò, al centro); tuttora esistono il grande ponte di Diocleziano, che unisce i quartieri, la cinta muraria con le porte, il castello e le torri e l'attivo porto di Gualdo, cioè di San Vito.

Tutte queste ragioni, ed altre ancora, quali, per esempio, il fatto che tra Lanciano e Roma vi è la catena degli Appennini, ecc., spingono il prof. John Vernon Myers a concludere che "Lanson" non poteva che essere Lanciano: «it may be believed that Lanson is none other than the Lanciano first suggested by Paulin Paris a hundred years ago».

Se, dunque, "Lanson" è Lanciano, possiamo ricostruire le avventure dei Pari nella nostra città, così come esse vennero concepite dall'immaginazione dell'autore, il quale operava sulla reale topografia di Lanciano.

All'inizio della storia, Carlo Magno riunisce i Pari nella sua reggia.

Durante il banchetto, si lamenta che soltanto il principe “Jehan de Lanson" non gli è sottomesso.

Allora ordina ai Pari di andare subito a distruggere la città di "Lanson".

I Pari partono da Parigi ed arrivano a Lanciano e scoprono che:

Lanson siet sur le roche qui fu du tamps Abel                        300

La cité fu moult rice et s'y ot maint jouel

Et mainte forte tour et ung poissant castiel.

La tour fu de fin marbre machonné a chisiel.

Onquez nulz hons ne vit nul plus noble joiel!                          310

Ly mur en sont de marbre, de laiton et d'araine;                     313

Le pont s'i est vermelle comme escarlate et graine;

Lez portez entailliez de costez de balaine;                             315

Et le marquiet s'i est iii fois en le semaine:

De rice marcheans de Puille et de Poulaine,

Dez destrois de Maroc et de tere lontaigne,

Et ly Hongre ensement et le gent d'Aquitainne,

Et cil de Damiette qui vendent dubiainne                               320

Et enchens et canielle, poivre, commin et grainne

Et lez aultrez espesez que le fleuve leur armaine.

In effetti, prima di arrivare alla città, quando probabilmente si trovano sui prati della Fiera, che doveva essere il punto in cui la Via Traiana più si avvicinava al centro della città, a giudicare dall'itinerario di Antonino Pio, secondo le ricerche di Corrado Marciani, i Pari restano ammirati davanti ad una vera folla di giovani e di ragazze che giocano allegramente tra gli alberi, dato che le fiere di giugno non erano ancora aperte (i Pari erano partiti da Parigi alla "premier esté") :

Qui ne trouvast soulz l'arbre....  demosiaulz osez              383

Et... bellez pucellez qui sont de ione aez

Qui dansent et carollent et se sont devisez                       385

D'une cosez et d'autre: ne diray leur secrez.

Quando arrivano alla porta del Ponte di Diocleziano, chiedono di pagare il pedaggio, ma vengono coinvolti in una rissa con gli uomini di guardia.

Qui Rolando vede:

Veez deseure ce pont une moult rice tour.                        586

cioè una delle due torri di guardia, che esistevano ai due estremi del ponte prima che venisse costruita la chiesa, nel XV secolo.

In seguito, "Jehan" invita i Pari nel suo palazzo, alle Torri Montanare, che sono dell'XI secolo. Il giorno seguen te, vanno tutti alla messa, probabilmente nella Chiesa di Santa Maria Maggiore (se il poema fu composto abbastanza tardi), la quale fu costruita dagli artisti borgognoni nel 1227.

Ad un certo momento, "Jehan" organizza una battuta di caccia, e perciò conduce i Pari "dessus le pré marin" (1320), attraverso il Ponte di Diocleziano. Da qui girano verso Nord, lungo la sponda sinistra dell'Aquiton, cioè del Fosso della Pietrosa, fanno il giro della città, sotto le sue mura, e giungono al "boz d'Aquiton", cioè alla confluenza del Fosso della Pietrosa e del Fosso Malsano, verso la Marcianese. Qui scatta senza successo un'imboscata di Allory, un compagno di "Jehan"', il quale, poi, viene fatto prigioniero dai Pari, presso la "Tor as Jaianz". Gli stessi Pari catturano, quindi, una nave che veleggiava sull'Aquiton (il Feltrino navigabile è una amplificazione epica dei commerci lancianesi e dell'attività del porto di San Vito, proprio alla foce del fiume che raccoglie tutte le acque lancianesi), mangiano a sazietà e tracannano molti boccali di vino.

Queste vicende continuano a ritmo serrato per migliaia di versi, con uccisioni, vittorie, sconfitte, prigionie, magie, battaglie, duelli, tradimenti, evasioni, e via discorrendo.

Ad un certo punto, lo stesso "Jehan" si trova davanti l'imperatore, lo sottomette e lo porta prigioniero dentro la città (5.800 - 5.868).

In seguito, però, il nostro eroico concittadino, per una diabolica magia di Basin, si addormenta e diventa facile preda dei Franchi, i quali lo prendono e lo traducono nel loro campo.

Arriva, ormai, la fine della città, che viene espugnata e sottomessa.

Il poema si conclude col ritorno vittorioso a Parigi dell'Imperatore con i suoi Pari e le truppe; il povero "Jehan" è tradotto in catene e quindi imprigionato fino alla morte:

La ont le duc Jehan mis et enprisoné                                                  6.286

En un si trés mau lieu et mis et enserré

Dont jamais n'en istra en trestot son aé

Ainsois i sera mors et a sa fin alez.

Ici faut la chanson que je vos ai chanté.     6.290

E’ una triste fine, senza dubbio, per questo simpatico eroe della “chanson" - "Jehan de Lanson ", cioè «Giovanni da Lanciano» - che teneva la sua corte nella nostra città, ed aveva un ampio potere non solo su gran parte d'Italia, ma anche su altri paesi d'Europa:


M.A.Policella

Jehan est gentilz hons pour tenir grant mainie,                     161

Toute Puille et Calabre, Venisse et Savonnie,

Et trestoute le tere jusquez en Rommenie.

Amante della propria indipendenza, non solo non volle mai diventare un vassallo del potente Carlo Magno, ma ebbe anche la forza e il coraggio di combatterlo a viso aperto.

A buon diritto, dunque, egli impersona quella tradizionale fierezza della gente frentana, di cui ci sono molte altre tracce nel corso dei secoli.

 

DOMENICO POLICELLA

 

da  Lanciano, o cara... di Giovanni Nativio - Editrice Itinerari Lanciano